martedì 1 aprile 2014

Lo zombie della provincia di Trieste

Oggi si parla tanto (concludendo poco) di abolire quegli inutili carrozzoni che sono le provincie.
Così accade che le (poche) persone che frequentano il parlamento e che posseggano ancora l'uso dei propri neuroni, finalmente si accorgono che la provincia di Trieste, rispetto alle altre provincie italiane, ha qualche problemino in più.
A cominciare dal fatto che NON ESISTE, visto che è stata abolita nel 1947 in conseguenza del Trattato di Pace (il territorio della provincia di Trieste andò infatti a costituire la cosiddetta "zona A" del territorio Libero di Trieste).
Nel 1954, allorché all'Italia fu purtroppo affidata la mera amministrazione civile della Zona A del Territorio Libero di Trieste, questa in realtà ne approfittò per ricostituire (in maniera surrettizia, e senza nessun atto costitutivo ufficiale) la ormai defunta provincia di Trieste (che, successivamente, fu incorporata nel 1963 nella neocostituita "regione autonoma Friuli-Venezia Giulia")

Quindi, oggi c'è un ente territoriale, che si definisce "provincia di Trieste", che paga lauti emolumenti a chi ne occupa le inutili poltrone, ma che NON ESISTE, visto che non è mai stata ufficialmente ricostituita! Si tratta di uno zombie istituzionale, dell'ennesimo paradosso amministrativo dovuto  solo al fatto che l'Italia con il Territorio Libero di Trieste ha fatto un gioco delle tre carte, barando spudoratamente e varando nel tempo leggi e leggine che, in contraddizione una con l'altra, ha cercato di tamponare e tenere in piedi una situazione insostenibile, in quanto comunque basata sul mancato rispetto dei propri obblighi internazionali.

In questi giorni, il problema è stato sollevato nelle sedi istituzionali dal deputato Aris Prodani (una delle pochissime persone che siedono in Parlamento e che meriti pienamente il titolo di "onorevole"); e, incredibilmente, questo fatto ha avuto eco perfino sulla "stampa locale":

Vedremo cosa riusciranno ad inventarsi questa volta: ricorreranno ad una delle tante favolette che ciclicamente cercano di propinarci da 60 anni (come ad esempio la "tesi Cammarata"), oppure se ne inventeranno qualcuna nuova?

mercoledì 26 marzo 2014

A Trieste, la democrazia è un optional


Si ha sempre più l'impressione che a Trieste "democrazia" sia un concetto vago ed interpretabile in varia maniera, a seconda delle circostanze. "Due pesi e due misure", insomma.
E lo stesso vale anche per il concetto "rispetto della legge".

Ma questo non è certamente un male recente, eh!

Andiamo ad esaminare un attimo questi documenti parlamentari del 1958: e facciamolo ricordando che l'Italia aveva acquisito da soli quattro anni l'amministrazione civile provvisoria del Territorio di Trieste...



Atti Parlamentari della Camera dei Deputati
III Legislatura, seduta del 31 ottobre 1958
Interrogazione 
VIDALI: al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'Interno
per conoscere se sono informati sulla proibizione fatta, con ordinanza del commissario generale del Governo, dottor Palamara, di un comizio elettorale in piazza dell'Unità d'Italia, nel corso del quale doveva prendere la parola, con il senatore Scocimarro, un oratore sloveno.
L'interrogante rileva la gravità di questo provvedimento, che contravviene ai dettati costituzionali, in quanto concerne il diritto della minoranza di lingua slovena di fare uso della loro lingua, come pure contrasta con gli impegni presi dal Governo italiano col Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954. Il provvedimento rappresenta pure una inammissibile limitazione ai diritti democratici dei partiti politici nella campagna elettorale.
E' la seconda volta che il commissario generale del Governo emette ordinanza a questo proposito, dimostrando di subire la pressione delle forze politiche di destra, di elementi sciovinisti, ai quali egli attribuisce ingiustificatamente la rappresentanza della "maggioranza della cittadinanza"; tale suo atteggiamento oltre a non avere precedenti nella storia del dopoguerra triestino, non ha, fortunatamente, alcun precedente neppure in altre regioni italiane a composizione nazionale mista, ove le minoranze esercitano liberamente i loro diritti nazionali.
L'interrogazione rinnova pertanto la sua richiesta al Governo, affinché il commissario generale sia invitato a desistere da atteggiamenti antidemocratici e faziosi in senso antislavo, e ad adempiere al suo dovere di garantire pari diritti a tutti i cittadini di Trieste, indipendentemente dalla loro nazionalità. 
RISPOSTA: il provvedimento di divieto per lo svolgimento del comizio in lingua slovena nella piazza Unità d'Italia in Trieste venne addottato ai sensi dell'articolo 2 della legge di pubblica sicurezza del commissario generale del Governo, per motivi di grave necessità pubblica, in quanto il comizio stesso avrebbe dato luogo a vivaci reazioni da parte della popolazione italiana per la quale quella piazza, teatro delle principali manifestazioni patriottiche, è il simbolo della italianità di Trieste.
Il comizio, comunque, si svolse regolarmente nello stesso giorno in altra località della città.

C'è bisogno di commentare?

domenica 23 febbraio 2014

Trieste, città fra due mondi

Riportiamo la traduzione di un breve estratto di un interessante articolo tratto da New International, Vol.12 No.10 (Dicembre 1946, pp.293-295) (e, per chi si cimenti con l'inglese, segue il testo originale integrale)

Trieste unisce due caratteristiche che le hanno reso un ambito posto nella politica dell'Europa centrale per quasi un secolo . La prima caratteristica è che possiede un porto eccellente e le strutture portuali sviluppate. Questo di per sé , non la distingue da una ventina di altre città portuali del Mediterraneo. E' solo in combinazione alla seconda caratteristica che il porto di Trieste possiede uno stato eccezionale.
Queste caratteristiche combinate rendono Trieste il naturale sbocco al commercio mondiale per una sezione importante dell'Europa centrale e meridionale , in particolare per l'Austria, Ungheria e Jugoslavia.
Lo sviluppo di Trieste in un "porto del mondo" risale al periodo austro - ungarico, fino alla fine della prima guerra mondiale, quando un colpo di stato italiano stabilì il suo destino.
La sua importanza trascendente oggi deriva dal fatto che essa è il luogo naturale per il mondo russo, per aprirvi una nuova " finestra sul mare." Trieste ha una enorme importanza economica e navale per il mondo russo. In un certo senso prende il posto del vecchio sogno zarista di Costantinopoli. Che le ambizioni russe dovrebbero centrarsi sull'Adriatico piuttosto che sui Dardanelli è di per sé una misura dello stato mutato della Russia come potenza mondiale.
Come Costantinopoli, Trieste ha un solo lato negativo: per le potenze occidentali, riveste una funzione anti russa.
L' importanza di mantenere Trieste fuori dalle mani russe e la Russia fuori dall'Adriatico [...] ( Le coste montuose jugoslave e albanesi sulla costa adriatica non offrono buoni porti e connessioni.) Trieste rimane l' ultima possibilità per la Russia.
Se l'imperialismo anglo-americano riesce a tenere Trieste fuori dalle mani russe, avrà contenuta la Russia nella sua sfera essenzialmente priva di litorale, nonostante i suoi enormi guadagni territoriali.
Tutti i fattori, quindi , sembrano aver concorso a rendere Trieste una questione fondamentale nel determinare il futuro dell'Europa centrale e meridionale . Ogni forma di minaccia militare, di pressione politica e diplomatica è stata portata a concentrarsi su questo punto.
Forse un quarto di milione di abitanti della città di Trieste e dei suoi immediati dintorni , che compongono la provincia della Venezia - Giulia, dovrebbero avere una voce nel determinare quale tipo di governo desiderano.
Non il Cremlino, né il Dipartimento di Stato a Washington , ma la gente del territorio (di Trieste) conteso deve decidere il suo destino. La prima domanda deve quindi essere per un plebiscito con cui le persone possano determinare il proprio futuro.

Trieste – City Between Two Worlds

As the Council of Ministers met at London’s Lancaster House over a year ago in their first session on the post-war treaties, the disposition of the city of Trieste was one of the stalemated questions which deadlocked the conference. Since then the Ministers have moved their sessions to the Luxemburg Palace in Paris and, now, to the Waldorf-Astoria Hotel in New York City. However, neither time nor change in locale seems to have reduced the importance of Trieste on the Ministers’ agenda. Quite the contrary, the continued stalemate has elevated the question of Trieste to what appears to be a fantastically disproportionate importance. What is there about this port city on the headwaters of the Adriatic that invests such crucial importance to its control? An investigation reveals that more is involved than Molotov’s intransigeance, Bevin’s belligerence or Byrnes’s addiction to American prestige; that the importance which the question has assumed is rooted in reality rather than the diversionary maneuvers of diplomacy.
Trieste combines two features which have made it a coveted spot in Central European politics for nearly a century. The first feature is that it possesses an excellent harbor and developed port facilities. This, by itself, does not distinguish it from a score of other Mediterranean port cities. It is only in combination with the second feature that its harbor gives Trieste an exceptional status. The second feature is its strategic location on the finger-tips of the long arm of the Adriatic which reaches up into the southern region of Central Europe. These combined features make Trieste the natural outlet to world commerce for an important section of Southern and Central Europe, especially Austria, Hungary and Yugoslavia. This important fact was discovered over a century ago by the land-locked Austro-Hungarian Empire when its capitalist development made it acutely aware of the need for an outlet to the sea and a naval base for a Mediterranean fleet. The development of Trieste into a world port dates from this period.
Were the issue of Trieste confined to whether it should provide Yugoslavia with a direct outlet or whether Italy should hold it as a key to the European hinterland served by the port, it would not transcend in importance the place it occupied at the close of World War I when an Italian coup settled its fate. Its transcendent importance today arises from the fact that it is the natural spot for the Russian world to open a new “window to the sea.” Trieste has a tremendous economic and naval importance to the Russian world. In a sense it takes the place of the old Czarist dream of Constantinople. That Russian ambitions should center on the Adriatic rather than on the Dardanelles is by itself a measurement of Russia’s changed status as a world power today as compared to the pre-World War I period.

The Anti-Russian Strategy
Like Constantinople, Trieste has only a negative – that is, an anti-Russian – importance to the Western powers. The importance of keeping the decadent Ottoman Empire astride the Dardanelles lay in holding Russia bottled up in the Black Sea. The importance of keeping Trieste out of Russian hands today lies in keeping Russia out of the Adriatic. (The mountainous Yugoslavian and Albanian coasts on the Adriatic offer no good harbors and but poor connections with the interior.) Trieste remains the last possible Russian break-through to the sea before the changed power relations set in flux by the war definitely jell. If Anglo-American imperialism succeeds in keeping Trieste out of Russian hands, it will have contained Russia in its essentially land-locked sphere despite its tremendous territorial gains. Petsamo on the open Arctic serves Russia little better than its own Murmansk. Danzig and Stettin are east of the Danish peninusla and, in effect, leave Russia as distant from the Atlantic as its own Leningrad. The bloody British excursion into Greece to “restore order” headed off the Russian push toward Salonika. Compared to other possible outlets, Trieste was not only more strategically located, but it offered greater possibilities of a Russian success.
All factors, therefore, seemed to combine to make Trieste a pivotal question in determining the future of Central and Southern Europe. Every form of military threat, political pressure and diplomatic stratagem was brought to focus upon this spot. Millions of words and tons of papers were expended in the arguments pro and con – none of which dealt with what was really at stake. Yet in the arguments of neither side appeared as much as a suggestion that perhaps the quarter-million inhabitants of the city and its immediate environs, which compose the province of Venezia-Giulia, should have a voice in determining what kind of government they desire. The inhabitants interested the contending imperialist camps only insofar as they furnished material for inspired demonstrations in behalf of one side or the other, demonstrations which invariably ended with riots and bloody heads.
A revolutionary Marxist policy applied to this question must make the desires of the population of the area the starting point. Not the Kremlin nor the State Department in Washington, but the people of the disputed territory must decide its fate. The first demand must therefore be for a plebiscite by which the people can determine their own future. In this, as in all other questions, Marxists remain not only consistent democrats but Marxists reveal themselves to be the only political tendency capable of a consistently democratic policy today.
The demand for a plebiscite, however, only indicates who should decide the question. There still remains the question of how it should be decided: To speak of self-determination for Poland or Indonesia today is to speak of independence for these nations. All we demand is that they be given a chance to decide, for the outcome is a foregone conclusion. In the case of Trieste, more is needed. No one can seriously propose statehood for Venezia-Giulia. Aside from the absence of any historic or economic basis for such a demand, the mere fact that not one per cent of its inhabitants could be rallied behind such a proposal reveals that it is not a serious political solution. Nor has it standing as a propagandist slogan. In the sphere of propaganda the Marxists call for a Socialist Italy and a Socialist Yugoslavia in a Socialist United States of Europe.
The proposed solution of a “Free Territory” under United Nations trusteeship means only one of two things: either continued Anglo-American military government, regardless of how it is enforced, or a temporary “solution” while each side conducts the struggle at only slightly reduced tempo aimed at lining up strength for a final showdown.

For Adherence to Italy
The real choice is, therefore, between adherence to Yugoslavia or to Italy. Remaining consistent democrats, the Marxists favor adherence to Italy. Questions of ethnic majorities are not decisive in this instance. What is decisive is that Yugoslavia is a dictatorship that is rapidly becoming totalitarianized in the complete Russian pattern, while Italy is a bourgeois democracy, wretched and unstable, but a bourgeois democracy nevertheless. In Yugoslavia the new Stalinist hierarchy, with Tito at its head, rules through its own GPU and concentration camps, while in Italy a free labor movement lives and struggles and undergoes experiences which, we hope, will produce a mass revolutionary party adhering to the Fourth International. In Yugoslavia even clerical and conservative non-conformists are silenced, while in Italy even the Trotskyists have a legal party and press.
The Marxists of both Yugoslavia and Italy, opponents of both Italian and Yugoslavian chauvinism and of Russian and Anglo-American imperialism, need make no apologies for such a stand. The workers of Trieste are confronted with a choice between slow poison or the bullet through the head. Unfortunately, there is no realistic third alternative today. It is possible to resist the slow poison of bourgeois democracy and grow strong enough to conquer the poisoners. But to survive the bullet is another matter.
That the national composition of Venezia-Giulia is allegedly Slavic in its majority does not affect this demand. The democratic right to join their co-nationals in Yugoslavia is meaningless when this means placing their necks in the noose of Tito’s police regime. Slavic nationality has not saved the thousands of inmates of Tito’s concentration camps. The appeal for adherence to Italy proceeds not from national or ethnic considerations but solely from the democratic needs of the workers, regardless of nationality. It offers the possibility of enjoying the freedom necessary to organize and struggle.
As with so many other living political questions, the question of Trieste permits no solution compatible with participation in political life for those who still cling to the position that Russia is a workers’ state, regardless of how badly degenerated. Proceeding from the latter concept, it is impossible to favor adherence of Trieste to Italy instead of the Russian outpost and prototype, Yugoslavia. We hesitate to demand that the “workers’ staters” in the Fourth Internationalist movement break their silence on Trieste and give us their answer. The sight of these “Russian experts” prostrate on their backs as they desperately wrestle with the Polish question which we posed to them some months ago precludes such unsportsmanlike conduct on our part. We therefore modestly suggest that they may prefer to call it quits on the Polish question for the time being and make a stab at the Trieste issue. Do you favor solution of the Trieste dispute by plebiscite? If so, how should the workers of Trieste vote?

giovedì 9 gennaio 2014

la coerenza non è una virtù italiana

La questione del PORTO LIBERO DI TRIESTE è probabilmente il punto in cui più evidente è l'incoerenza del castello di carte giuridico/politico costruito dall'Italia nel corso di quasi sessant'anni per inventarsi un'inesistente sovranità su Trieste e sul suo Territorio.

Quindi, su questo argomento più evidenti sono le contraddizioni a cui le varie figure istituzionali coinvolte sono di volta involta costretti dalle circostanze...

Vi riassumiamo di seguito quanto riferibile solo al corso degli ultimi mesi:

18 luglio 2012: in risposta all'interpellanza parlamentare "7-00886 Antonione: Sull'interpretazione dell'allegato VIII al Trattato di pace del 1947 relativo al porto di Trieste. " il sottosegretario Dassù risponde testualmente:
la riduzione o l'eliminazione dei punti franchi potrebbe legittimamente avere luogo solo con il consenso degli altri Stati nei confronti dei quali l'obbligo è stato da ultimo assunto con il Memorandum del 1954 e con l'accordo di cooperazione economica bilaterale siglato nel 1975 con la Jugoslavia (cui è succeduta la Slovenia).

28 febbraio 2013: su Il Piccolo il Prefetto (rectius: Commissario di Governo) di Trieste dichiara:

Non me la sento proprio di emanare un provvedimento che sospenda il regime di Punto franco per un periodo medio-lungo e tantomeno un provvedimento che lo trasferisca anche parzialmente in modo definitivo[...]è necessario cambiare la normativa che regola il regime speciale e che oltretutto parla esplicitamente soltanto di allargamento dell’Area franca, cosa che del resto è già stata fatta negli Anni Cinquanta, o comunque ci vuole un intervento diretto da parte del governo. Già il mio predecessore (Alessandro Giacchetti, ndr.) aveva posto il quesito a Roma, ma Roma non ha mai risposto.[...]Soltanto il governo può spostare il Punto franco

3 gennaio 2014: in un'altra intervista a Il Piccolo, scopriamo che nel frattempo il Prefetto ha nel frattempo cambiato idea:

La Regione o il Comune, oppure la stessa Autorità portuale dovrebbero farsi promotori della Conferenza dei servizi da cui far emergere una volontà comune, poi il Ministero potrebbe essere interpellato a livello consultivo. Se si opterà per l’abolizione del regime di Punto franco che in molte situazioni è effettivamente un ostacolo più che un incentivo, non servirà una legge dello Stato. Dico di più, non sarà nemmeno necessario trovare un’altra area su cui trasferirlo.

Ah, la coerenza!
Ah, la certezza del diritto!!
Ah, la solidità dei propri argomenti!!!!




venerdì 27 dicembre 2013

Diritto di cittadinanza


Le sacrosante rivendicazioni per l'indipendenza del Territorio Libero di Trieste stanno dando luogo in questo periodo ad una escalation di azioni: escalation rigorosamente incruenta, e nel pieno rispetto - prima ancora della mera "legalità" - in primo luogo della civiltà.

L'ultima, in ordine di tempo (ma fondamentale per la sua portata, e destinata probabilmente a segnare una svolta nella nostra lotta) è stata appena annunciata da  TRIEST NGO:

Articolo 15
1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.
2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza. 
- Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo 
Intendiamo promuovere una  procedura di reclamo alle Nazioni Unite presso la sede di Ginevra, in modo da veder riconosciuto il diritto di cittadinanza di migliaia di persone del Territorio Libero di Trieste.

Il referendum Catalano per l’indipendenza non è solo legale, ma è un processo strettamente legato al discorso dei diritti umani e della dignità delle persone che l’ONU rispetta e promuove nel mondo
- Ban Ki Moon, Secretary-General of the United Nations, April 2013 
I cittadini di Trieste e Territorio si trovano oggi in una situazione in cui hanno un diritto di cittadinanza già sancito da un Trattato di Pace vigente (Allegato VI). 
Recentemente, il Commissario Generale del Governo Italiano per il Territorio di Trieste ha negato (22/10/2013) questo diritto con una risposta scritta, a cui ha allegato le motivazioni ufficiali ricevute da parte del Sottosegretario italiano agli Affari Esteri (7/10/2013). 
Successivamente (5/12/2013), un membro dello staff del Vicepresidente per i Diritti fondamentali della Comunità Europea ha fatto sapere di non essere competente in materia. 

A fronte di queste posizioni ufficiali di organi italiani e comunitari, intendiamo porre questa rivendicazione alle uniche Autorità competenti in materia:
  • l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani 
  • il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite
Abbiamo predisposto un’azione precisa, a riguardo, che partirà il giorno: 28 dicembre 2013
10:30 – Auditorium presso Cooperativa 2001, via Colombara di Vignano 3, Muggia/Milje 
Il costo dell’azione per cittadino è di 20€, a sostegno delle spese correlate a questa richiesta ed alle nostre azioni future.

Nota: il testo è disponibile anche in inglese

Si segnala inoltre che il contributo di € 20 è necessario a coprire le spese postali e di segreteria per l'azione: per ogni cittadino che aderirà, verranno infatti spedite due raccomandate: una a Ginevra ed una a Roma.


venerdì 15 novembre 2013

"Ritorno" di Trieste all'Italia? Perché "ritorno"?

Uno dei temi degli irredentisti "italianissimi" riguarda una presunta "redenzione" di Trieste, che sarebbe stata RI-congiunta alla "madre patria" Italia.
Questa RI-congiunzione presupporrebbe che Trieste, prima del 1918, in un qualche momento della storia, sia stata italiana... ma è vero? Su questo aspetto, gli irredentisti italianissimi nicchiano, e danno risposte confuse e contraddittorie.
Analizziamole assieme:

Trieste è nata italiana!

Allora, il nome originario era Tergeston (pronunciato "térghestòn") (perlomeno, così ce lo documenta Strabone, più o meno a cavallo dell'anno 0). Toponimo diffuso anche nella forma latinizzata Tergestum, e nella più moderna forma Tergeste.
Ci sono molte disquisizioni e teorie in merito all'etimologia di Tergeston: chi lo vede come indoeuropeo, chi come preindoeuropeo, chi come una combinazione di indoeuropeo e venetico. Su un unico aspetto sono d'accordo tutti: è sicuramente prelatino.
Né deve indurre in errore il suffisso venetico -este: "venetico" non significa "veneto".
Venetico era l'idioma parlato dagli antichi Veneti, popolazione indoeuropea stanziata nell'Italia Nordorientale, nel periodo tra il VI secolo a.C. fino alle soglie dell'età romana (II sec. a.C.)
Questo ci aiuta a far luce sulle origini di Trieste: villaggio indoeuropeo, nato probabilmente in un qualche momento fra il VI ed il I sec. a.C. (anche se, probabilmente, le origini del castelliere di Tergeston sono precedenti, e possono risalire fino al II millennio a.C.)
Tergeste fu colonizzata da Roma attorno alla metà del I sec. a.C., e confluì nella Regio X Venetia et Histria nel 7 d.C.
Quindi, riassumendo: Tergeste è diventata latina quando esisteva già da almeno sei secoli (che potrebbero però essere anche venti). Quindi, si può considerare al minimo più o meno coeva di Roma (che, secondo la leggenda, il 21 aprile 753 a.C.).
Quand'anche si volesse considerare l'Italia un erede "morale" di Roma (e su questo aspetto ci sarebbe molto da discutere), l'argomento crolla nel momento in cui si considera che, al  momento della colonizzazione romana, Tergeste esisteva già da almeno parecchi secoli.


Trieste era una grande città dell'Impero Romano!


Tergeste, come abbiamo visto, fu compresa nella Regio X attorno agli inizi del I sec. d.C.
Vi rimase fino alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.), allorché finì sotto il dominio Bizantino.
Quindi, questa presunta epoca d'oro romana durò, al più, 5 secoli.
E tanto d'oro non fu perché nel III secolo fu sfondato il limes renano-danubiano, e cominciarono le invasioni barbariche, che ovviamente interessarono anche la nostre zone (secondo una leggenda, Attila soggiornò per un periodo a Duino...)

Dopo i Bizantini, fu la volta dei Franchi; nel 1098 Tergeste era dominata dai Vescovi, ed infine divenne libero comune nel XII secolo.
Nel frattempo, si era persa la memoria di quando fossero cominciati gli scontri con la sua acerrima nemica, Venezia. Dopo secoli di conflitti, Trieste ottenne la protezione dell'Arciduca d'Austria nel 1382.
Sotto la protezione dell'Arciduca d'Austria, giova sottolinearlo, Trieste conservò sempre la propria particolare indipendenza, interrotta solo per un breve intervallo di dominazione francese durante le guerre Napoleoniche. E interrotta, infine, definitivamente solo dall'inopinata "redenzione" da parte dell'Italia, nel 1918...
Ma allora, questa "redenzione" a cosa faceva riferimento? A quel periodo di cinque secoli durante i quali fu romana, e che furono rallegrati dalle invasioni barbariche?
O ad una forzata con la storica nemica Venezia?

Io sinceramente non so spiegarmelo... se qualcuno degli irredentisti, propatrini ecc. ha il piacere di intervenire, sono qui ad ascoltarlo.
 




sabato 9 novembre 2013

Per quelli che "il trattato di pace non è valido"...

Tra le tante sciocchezze partorite ultimamente dai legulei patriottardi (ma anche, e questo è molto più grave, messe anche in "bella copia" da alcuni magistrati in una recente sentenza), il Trattato di Pace del 1947 non sarebbe in alcuni punti più valido in quanto "espressamente e legittimamente abrogato da altri Trattati internazionali, in particolare dal Memorandum di Londra del 1954, dal Trattato di Helsinki del 1975 e dal Trattato di Osimo sempre del 1975" (sic!).

Bene, giova prestare attenzione a questo documento: è una lettera, datata 7 gennaio 1993 (quindi, di ben 18 anni successiva al "Trattato di Osimo").
A scriverla è il Capitano di Vascello P.W. Cummings, della Marina degli Stati Uniti, ed il destinatario è l'Ente Autonomo del Porto di Trieste.
La Marina degli Stati Uniti lamenta che alla Marina Italiana viene concesso uno sconto del 30% sulle tariffe portuali, e richiede che alle unità USA venga riconosciuto il medesimo sconto.
L'aspetto interessante è che questa richiesta viene fatta appellandosi all'allegato VIII del Trattato di Pace... ovvero proprio una di quelle parti che, secondo i nostri incauti magistrati, sarebbe stata "espressamente e legittimamente abrogata" nel 1975...
Evidentemente, a parte l'Italia, di questa "espressa e legittima abrogazione" non se n'è accorto nessun altro...