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martedì 23 dicembre 2014

Una testimonianza sui fatti del novembre 1953 a Trieste

pagina del diario di Diego de Henriquez,
(quaderno n. 172)
con la sua ricostruzione dei fatti del 5 novembre 1953

Quanto accaduto veramente a Trieste nel novembre del 1953 attende ancora di essere chiarito.
Quanto tramandatoci da una certa agiografia patriottarda sugli "ultimi martiri del Risorgimento" è solo una cortina fumogena di propaganda, tesa a nascondere verità inconfessabili fatte di trame, giochi di servizi segreti, teppisti assoldati come agenti provocatori. E peggio.

Cominciamo da un illuminante intervento, effettuato dall'on. Renzo De Vidovich (all'epoca parlamentare del MSI) in occasione delle dichiarazioni di voto per il trattato di Osimo,On. Renzo De Vidovich:

...Trieste è tornata all'Italia perché il 5 e 6 novembre 1953 noi, gioventù nazionale di Trieste, siamo scesi nelle piazze di Trieste e abbiamo avuto sei morti e centocinquantatrè feriti perché gli "alleati" inglesi e americani ci hanno sparato addosso senza tanti complimenti. Non c' erano comunisti insieme a noi a combattere gli yankees, non c'erano gli uomini di sinistra: eravamo solamente noi. Abbiamo sempre detto che con noi c'erano Italiani di tutti i partiti, anche se poi quando uno moriva o veniva colpito in tasca trovavano la tessera della Giovane Italia, della Goliardia Nazionale e del Movimento Sociale Italiano. Ma noi continuiamo a dire che in piazza c' erano tutti gli Italiani, anche se avevamo la sfortuna di cadere solo noi. Ricordo Pierino Addobbati, dalmata come me, che faceva parte del mio gruppo: era il più giovane e fu il primo che cadde; ricordo Francesco Paglia, segretario della Goliardia Nazionale, segretario della Giunta dell' Intesa studentesca di cui assunsi la responsabilità il 6 novembre 1953, dopo la sua morte. Ricordo Nardino Manzi, facente parte di uno dei gruppi degli attivisti più splendidi del Movimento Sociale Italiano; Erminio Bassa, lavoratore della nascente CISNAL, Saverio Montano, Antonio Zavadil e altri centocinquantatrè feriti. Fummo noi e me ne assumo la responsabilità - l' amico Petronio è presente e me ne può dare atto - che deliberatamente, sapendo che voi ci avreste negato le armi che pure avevate portato a Trieste ed erano dislocate in vari posti, facemmo la sortita contro il governo militare alleato; fummo noi che determinammo con il sangue il ritorno di Trieste all'Italia. E se il 26 ottobre dell' anno successivo vi affrettaste a firmare il memorandum d' intesa, fu perché avevamo dato un anno di tempo e il 26 ottobre era ormai vicino a quel 4 novembre in cui saremmo insorti. Lo dicemmo responsabilmente: io ero così ingenuo che ne feci addirittura un manifesto firmato. Dicemmo chiaramente che i governi italiani non erano all' altezza della situazione - quelli di ieri non erano poi tanto diversi da quelli di oggi - noi saremmo scesi in piazza, avremmo cacciato gli americani e gli inglesi e ci saremo conquistati quella libertà nazionale che era il simbolo e la continuazione del Risorgimento... Chiudo questo mio intervento dicendo quello che già avevamo scritto nel 1954 su un pezzo di Carso murato al confine di Muggia: A Muggia termina la Repubblica Italiana, ma l'Italia continua!.

E' interessante che questo scritto circoli in un sottobosco di siterelli edificanti quali, ad esempio stormfront.org, dove esaltati inneggiano a queste azioni...

Comunque, da questo scritto emergono alcuni dettagli che de' Vidovich ricorda con orgoglio ma che, al contrario, gettano profonde e vergognose ombre sul ruolo dell'Italia.
Si ammette che le vittime erano tutti attivisti di estrema destra, anche se (per propaganda) all'epoca si parlava di "manifestanti italiani senza distinzione di credo politico". Non era vero: i manifestanti erano tutti di destra, e spesso attivisti: un segretario della Goliardia Nazionale, un attivista del MSI, un lavoratore della CISNAL...
  
Si ammette che l'italia aveva introdotto delle armi clandestinamente nel Territorio Libero di Trieste, al fine di equipaggiare un'insurrezione armata, anche se in occasione della rivolta del novembre del 1953 non furono distribuite ai manifestanti (che, comunque, se ne procurarono delle altre).

Si ammette che si trattò di una deliberata azione provocatoria ed armata (una "sortita") contro il GMA.

Si ammette infine che questa ristretta cerchia di facinorosi manifestanti aveva poi posto un vero e proprio ultimatum all'Italia, pretendendo un intervento risolutivo entro un anno: tanto che rivendicano il "merito" del Memorandum di Londra...

mercoledì 5 novembre 2014

I fatti del novembre 1953 a Trieste - una testimonianza



Riportiamo qui una testimonianza del soldato inglese “Larry”: un piccolo tassello, che contribuisce a ricostruire il clima che si viveva a Trieste in quei giorni.

La testimonianza originale è comparsa su un forum, e da qui rimbalzata sulla pagina Facebook "Scampoli di Storia":

Quando sono incominciati i disordini in Piazza Unità, il nostro plotone MMG (mitraglieri), del primo battaglione del “Suffolk Regiment”, era a Basovizza al poligono di tiro impegnato in una esercitazione con le nostre mitragliatrici “Vickers”.
Il nostro ufficiale di plotone, il capitano Fairholme, ha ricevuto l’ordine di montare le nostre mitragliatrici sui blindati e di ritornare in caserma. Mentre eravamo per strada giunse l’ordine di recarsi in Piazza Unità. Quando siamo arrivati i soldati americani avevano già bloccato l’ accesso alla piazza, formando un cordone davanti alla caserma della Polizia della Venezia Giulia. Siamo rimasti li per un po’ di tempo e poi, quando la folla si disperse, siamo ritornati alla nostra caserma in via Rossetti. Solo il giorno dopo abbiamo appreso della avvenuta sparatoria e dei morti. Il giorno seguente la nostra compagnia fu messa in stato di allarme, con posti di guardia attorno gli alberghi e sugli edifici più importanti. Il nostro plotone fu inviato alla caserma della Polizia della Venezia Giulia e disposto a guardia dell’ edificio. Altri plotoni furono inviati ad altri alberghi ed in altri edifici. All’ “Hotel Excelsior”, dove erano alloggiati parecchi dei nostri ufficiali si dispose un numero maggiore di truppe.
Nei primi giorni dei disordini montavamo la guardia con il colpo in canna ed una bandoliera di pallottole di riserva. Poi un alto ufficiale ebbe da obiettare sul fatto e da allora mentre eravamo di guardia eravamo armati di una rivoltella che portavamo visibile in cintura ma senza munizioni. I nostri fucili furono lasciati in un camera vicina. Una sera due ragazze mi sono venute vicino e una di loro gridava, “Help me” (aiutami). Uscito per aiutarle fui accolto da un lancio di pietre lanciatemi dai loro amici. Buon per me che non avevano una buona mira perché io, con i miei due metri di altezza, ero un bersaglio decisamente facile da colpire”.

venerdì 19 settembre 2014

Trieste: il comune inesistente...

Vi offro oggi una breve carrellata nella storia amministrativa del comune di Trieste nell'amministrazione italiana...

Questa storia la troviamo efficacemente ricostruita alla pagina http://www.elesh.it/storiacomuni/storia_comune.asp?istat=032006 ma per comodità ve la riassumo qui:

*********************************************************************
Comune ISTAT "032006 Trieste (Trieste)" - Codice Catastale "L424"  
*********************************************************************
05/01/1921
Annessione LEGGE N. 1778 del 19/12/1920 032006 Trieste (Venezia Giulia)

08/02/1923
Cambio Provincia R.D. N. 53 del 18/01/1923 801 (Venezia-Giulia) >> 032 (Trieste)

16/09/1947
Cede territorio D.L. N. 1430 del 28/11/1947 032006 Trieste (Trieste) =>  STATO ESTERO
: : : IL COMUNE E' ATTUALMENTE ESISTENTE : : :


Ovvero:

  • il 5 gennaio 1921 il Comune di Trieste viene annesso al Regno d'Italia, in base alla Legge n. 1778 19/12/1920
  • l'8 febbraio 1923 viene cambiata la provincia di appartenenza in base al Regio Decreto n. 53 del 18/01/1923
    (nota: si tratta della storica spartizione della cosiddetta "Venezia Giulia" tra le nuove province di Trieste, Gorizia ed Udine)
  • il 16 settembre 1947 viene ceduto ad uno Stato Estero (il Territorio Libero di Trieste) in base al D.L. n. 1430 del 28/11/1947
Dopodiché più nulla... ma il Comune, miracolosamente, è dato come "esistente" in Italia.
La domanda è ovvia, ed altrettanto ovviamente non ha una risposta sensata:

com'è possibile che un comune, ceduto ad uno stato estero il 16 settembre 1947, è oggi miracolosamente riapparso tra i comuni "esistenti" in Italia, senza chenessun atto lo certifichi e documenti?
 A chi dobbiamo questo miracolo? A San Gennaro?

La stessa cosa, potete ad esempio verificarla per il Comune di Monrupino: http://www.elesh.it/storiacomuni/storia_comune.asp?istat=032002
Quindi, non si è trattato di un miracolo isolato...

Peraltro, forse una sua logica perversa tutto questo ce l'ha: abbiamo già visto che la Provincia di trieste in realtà non esiste. A questo punto, è logico che una Provincia fantasma sia costituita da comuni fantasma...

giovedì 4 settembre 2014

Targhe automobilistiche internazionali




Elenco delle targhe automobilistiche internazionali: tra le altre, A (Austria), H (Ungheria), I (Italia), P (Portogallo). E ovviamente anche TS (Trieste).

martedì 1 aprile 2014

Lo zombie della provincia di Trieste

Oggi si parla tanto (concludendo poco) di abolire quegli inutili carrozzoni che sono le provincie.
Così accade che le (poche) persone che frequentano il parlamento e che posseggano ancora l'uso dei propri neuroni, finalmente si accorgono che la provincia di Trieste, rispetto alle altre provincie italiane, ha qualche problemino in più.
A cominciare dal fatto che NON ESISTE, visto che è stata abolita nel 1947 in conseguenza del Trattato di Pace (il territorio della provincia di Trieste andò infatti a costituire la cosiddetta "zona A" del territorio Libero di Trieste).
Nel 1954, allorché all'Italia fu purtroppo affidata la mera amministrazione civile della Zona A del Territorio Libero di Trieste, questa in realtà ne approfittò per ricostituire (in maniera surrettizia, e senza nessun atto costitutivo ufficiale) la ormai defunta provincia di Trieste (che, successivamente, fu incorporata nel 1963 nella neocostituita "regione autonoma Friuli-Venezia Giulia")

Quindi, oggi c'è un ente territoriale, che si definisce "provincia di Trieste", che paga lauti emolumenti a chi ne occupa le inutili poltrone, ma che NON ESISTE, visto che non è mai stata ufficialmente ricostituita! Si tratta di uno zombie istituzionale, dell'ennesimo paradosso amministrativo dovuto  solo al fatto che l'Italia con il Territorio Libero di Trieste ha fatto un gioco delle tre carte, barando spudoratamente e varando nel tempo leggi e leggine che, in contraddizione una con l'altra, ha cercato di tamponare e tenere in piedi una situazione insostenibile, in quanto comunque basata sul mancato rispetto dei propri obblighi internazionali.

In questi giorni, il problema è stato sollevato nelle sedi istituzionali dal deputato Aris Prodani (una delle pochissime persone che siedono in Parlamento e che meriti pienamente il titolo di "onorevole"); e, incredibilmente, questo fatto ha avuto eco perfino sulla "stampa locale":

Vedremo cosa riusciranno ad inventarsi questa volta: ricorreranno ad una delle tante favolette che ciclicamente cercano di propinarci da 60 anni (come ad esempio la "tesi Cammarata"), oppure se ne inventeranno qualcuna nuova?

domenica 23 febbraio 2014

Trieste, città fra due mondi

Riportiamo la traduzione di un breve estratto di un interessante articolo tratto da New International, Vol.12 No.10 (Dicembre 1946, pp.293-295) (e, per chi si cimenti con l'inglese, segue il testo originale integrale)

Trieste unisce due caratteristiche che le hanno reso un ambito posto nella politica dell'Europa centrale per quasi un secolo . La prima caratteristica è che possiede un porto eccellente e le strutture portuali sviluppate. Questo di per sé , non la distingue da una ventina di altre città portuali del Mediterraneo. E' solo in combinazione alla seconda caratteristica che il porto di Trieste possiede uno stato eccezionale.
Queste caratteristiche combinate rendono Trieste il naturale sbocco al commercio mondiale per una sezione importante dell'Europa centrale e meridionale , in particolare per l'Austria, Ungheria e Jugoslavia.
Lo sviluppo di Trieste in un "porto del mondo" risale al periodo austro - ungarico, fino alla fine della prima guerra mondiale, quando un colpo di stato italiano stabilì il suo destino.
La sua importanza trascendente oggi deriva dal fatto che essa è il luogo naturale per il mondo russo, per aprirvi una nuova " finestra sul mare." Trieste ha una enorme importanza economica e navale per il mondo russo. In un certo senso prende il posto del vecchio sogno zarista di Costantinopoli. Che le ambizioni russe dovrebbero centrarsi sull'Adriatico piuttosto che sui Dardanelli è di per sé una misura dello stato mutato della Russia come potenza mondiale.
Come Costantinopoli, Trieste ha un solo lato negativo: per le potenze occidentali, riveste una funzione anti russa.
L' importanza di mantenere Trieste fuori dalle mani russe e la Russia fuori dall'Adriatico [...] ( Le coste montuose jugoslave e albanesi sulla costa adriatica non offrono buoni porti e connessioni.) Trieste rimane l' ultima possibilità per la Russia.
Se l'imperialismo anglo-americano riesce a tenere Trieste fuori dalle mani russe, avrà contenuta la Russia nella sua sfera essenzialmente priva di litorale, nonostante i suoi enormi guadagni territoriali.
Tutti i fattori, quindi , sembrano aver concorso a rendere Trieste una questione fondamentale nel determinare il futuro dell'Europa centrale e meridionale . Ogni forma di minaccia militare, di pressione politica e diplomatica è stata portata a concentrarsi su questo punto.
Forse un quarto di milione di abitanti della città di Trieste e dei suoi immediati dintorni , che compongono la provincia della Venezia - Giulia, dovrebbero avere una voce nel determinare quale tipo di governo desiderano.
Non il Cremlino, né il Dipartimento di Stato a Washington , ma la gente del territorio (di Trieste) conteso deve decidere il suo destino. La prima domanda deve quindi essere per un plebiscito con cui le persone possano determinare il proprio futuro.

Trieste – City Between Two Worlds

As the Council of Ministers met at London’s Lancaster House over a year ago in their first session on the post-war treaties, the disposition of the city of Trieste was one of the stalemated questions which deadlocked the conference. Since then the Ministers have moved their sessions to the Luxemburg Palace in Paris and, now, to the Waldorf-Astoria Hotel in New York City. However, neither time nor change in locale seems to have reduced the importance of Trieste on the Ministers’ agenda. Quite the contrary, the continued stalemate has elevated the question of Trieste to what appears to be a fantastically disproportionate importance. What is there about this port city on the headwaters of the Adriatic that invests such crucial importance to its control? An investigation reveals that more is involved than Molotov’s intransigeance, Bevin’s belligerence or Byrnes’s addiction to American prestige; that the importance which the question has assumed is rooted in reality rather than the diversionary maneuvers of diplomacy.
Trieste combines two features which have made it a coveted spot in Central European politics for nearly a century. The first feature is that it possesses an excellent harbor and developed port facilities. This, by itself, does not distinguish it from a score of other Mediterranean port cities. It is only in combination with the second feature that its harbor gives Trieste an exceptional status. The second feature is its strategic location on the finger-tips of the long arm of the Adriatic which reaches up into the southern region of Central Europe. These combined features make Trieste the natural outlet to world commerce for an important section of Southern and Central Europe, especially Austria, Hungary and Yugoslavia. This important fact was discovered over a century ago by the land-locked Austro-Hungarian Empire when its capitalist development made it acutely aware of the need for an outlet to the sea and a naval base for a Mediterranean fleet. The development of Trieste into a world port dates from this period.
Were the issue of Trieste confined to whether it should provide Yugoslavia with a direct outlet or whether Italy should hold it as a key to the European hinterland served by the port, it would not transcend in importance the place it occupied at the close of World War I when an Italian coup settled its fate. Its transcendent importance today arises from the fact that it is the natural spot for the Russian world to open a new “window to the sea.” Trieste has a tremendous economic and naval importance to the Russian world. In a sense it takes the place of the old Czarist dream of Constantinople. That Russian ambitions should center on the Adriatic rather than on the Dardanelles is by itself a measurement of Russia’s changed status as a world power today as compared to the pre-World War I period.

The Anti-Russian Strategy
Like Constantinople, Trieste has only a negative – that is, an anti-Russian – importance to the Western powers. The importance of keeping the decadent Ottoman Empire astride the Dardanelles lay in holding Russia bottled up in the Black Sea. The importance of keeping Trieste out of Russian hands today lies in keeping Russia out of the Adriatic. (The mountainous Yugoslavian and Albanian coasts on the Adriatic offer no good harbors and but poor connections with the interior.) Trieste remains the last possible Russian break-through to the sea before the changed power relations set in flux by the war definitely jell. If Anglo-American imperialism succeeds in keeping Trieste out of Russian hands, it will have contained Russia in its essentially land-locked sphere despite its tremendous territorial gains. Petsamo on the open Arctic serves Russia little better than its own Murmansk. Danzig and Stettin are east of the Danish peninusla and, in effect, leave Russia as distant from the Atlantic as its own Leningrad. The bloody British excursion into Greece to “restore order” headed off the Russian push toward Salonika. Compared to other possible outlets, Trieste was not only more strategically located, but it offered greater possibilities of a Russian success.
All factors, therefore, seemed to combine to make Trieste a pivotal question in determining the future of Central and Southern Europe. Every form of military threat, political pressure and diplomatic stratagem was brought to focus upon this spot. Millions of words and tons of papers were expended in the arguments pro and con – none of which dealt with what was really at stake. Yet in the arguments of neither side appeared as much as a suggestion that perhaps the quarter-million inhabitants of the city and its immediate environs, which compose the province of Venezia-Giulia, should have a voice in determining what kind of government they desire. The inhabitants interested the contending imperialist camps only insofar as they furnished material for inspired demonstrations in behalf of one side or the other, demonstrations which invariably ended with riots and bloody heads.
A revolutionary Marxist policy applied to this question must make the desires of the population of the area the starting point. Not the Kremlin nor the State Department in Washington, but the people of the disputed territory must decide its fate. The first demand must therefore be for a plebiscite by which the people can determine their own future. In this, as in all other questions, Marxists remain not only consistent democrats but Marxists reveal themselves to be the only political tendency capable of a consistently democratic policy today.
The demand for a plebiscite, however, only indicates who should decide the question. There still remains the question of how it should be decided: To speak of self-determination for Poland or Indonesia today is to speak of independence for these nations. All we demand is that they be given a chance to decide, for the outcome is a foregone conclusion. In the case of Trieste, more is needed. No one can seriously propose statehood for Venezia-Giulia. Aside from the absence of any historic or economic basis for such a demand, the mere fact that not one per cent of its inhabitants could be rallied behind such a proposal reveals that it is not a serious political solution. Nor has it standing as a propagandist slogan. In the sphere of propaganda the Marxists call for a Socialist Italy and a Socialist Yugoslavia in a Socialist United States of Europe.
The proposed solution of a “Free Territory” under United Nations trusteeship means only one of two things: either continued Anglo-American military government, regardless of how it is enforced, or a temporary “solution” while each side conducts the struggle at only slightly reduced tempo aimed at lining up strength for a final showdown.

For Adherence to Italy
The real choice is, therefore, between adherence to Yugoslavia or to Italy. Remaining consistent democrats, the Marxists favor adherence to Italy. Questions of ethnic majorities are not decisive in this instance. What is decisive is that Yugoslavia is a dictatorship that is rapidly becoming totalitarianized in the complete Russian pattern, while Italy is a bourgeois democracy, wretched and unstable, but a bourgeois democracy nevertheless. In Yugoslavia the new Stalinist hierarchy, with Tito at its head, rules through its own GPU and concentration camps, while in Italy a free labor movement lives and struggles and undergoes experiences which, we hope, will produce a mass revolutionary party adhering to the Fourth International. In Yugoslavia even clerical and conservative non-conformists are silenced, while in Italy even the Trotskyists have a legal party and press.
The Marxists of both Yugoslavia and Italy, opponents of both Italian and Yugoslavian chauvinism and of Russian and Anglo-American imperialism, need make no apologies for such a stand. The workers of Trieste are confronted with a choice between slow poison or the bullet through the head. Unfortunately, there is no realistic third alternative today. It is possible to resist the slow poison of bourgeois democracy and grow strong enough to conquer the poisoners. But to survive the bullet is another matter.
That the national composition of Venezia-Giulia is allegedly Slavic in its majority does not affect this demand. The democratic right to join their co-nationals in Yugoslavia is meaningless when this means placing their necks in the noose of Tito’s police regime. Slavic nationality has not saved the thousands of inmates of Tito’s concentration camps. The appeal for adherence to Italy proceeds not from national or ethnic considerations but solely from the democratic needs of the workers, regardless of nationality. It offers the possibility of enjoying the freedom necessary to organize and struggle.
As with so many other living political questions, the question of Trieste permits no solution compatible with participation in political life for those who still cling to the position that Russia is a workers’ state, regardless of how badly degenerated. Proceeding from the latter concept, it is impossible to favor adherence of Trieste to Italy instead of the Russian outpost and prototype, Yugoslavia. We hesitate to demand that the “workers’ staters” in the Fourth Internationalist movement break their silence on Trieste and give us their answer. The sight of these “Russian experts” prostrate on their backs as they desperately wrestle with the Polish question which we posed to them some months ago precludes such unsportsmanlike conduct on our part. We therefore modestly suggest that they may prefer to call it quits on the Polish question for the time being and make a stab at the Trieste issue. Do you favor solution of the Trieste dispute by plebiscite? If so, how should the workers of Trieste vote?

martedì 29 ottobre 2013

solo i paracarri non cambiano idea...

Una delle cose più belle della rete (ed a cui dovremo abituarci) è la facilità di reperire informazioni d'annata, senza dover perdere giornate in biblioteche polverose...
Questa facilità rende agili anche le verifiche, ed i confronti sul medio/lungo periodo... così, giusto anche per vedere come un'opinione, pur ritenuta autorevole, possa sorprendentemente cambiare nel tempo...

Ad esempio, è facile recuperare un vecchio articolo de "La Stampa", del 28/5/1974, con un'intervista a Diego de Castro.
Per inquadrarlo: rendiamoci conto che siamo quasi alla vigilia del Trattato di Osimo.
Evidenzio le parti più interessanti e curiose:

L'ACCORDO NECESSARIO

La ventennale disputa sulla Zona B 

La Stampa - 28/05/1974

Il nostro collaboratore professor Diego De Castro, che fu consigliere politico italiano presso il governo militare alleato di Trieste negli anni 1952-54, commenta In questo articolo l'attuale vertenza italo-jugoslava.

Due mesi fa, su questo giornale parlai di una «nube passeggera» nei rapporti italo-jugoslavi; è spiacevole che perduri perché potrebbe avere qualche conseguenza negativa sull'amicizia tra i due popoli.
Bisogna chiudere la controversia, che è puramente diplomatica, affinché non porti danni politici o, peggio ancora, psicologici e sostanziali. A chi veda spassionatamente la situazione è chiaro che non si tratta di questioni territoriali o politiche, ma si discute soltanto per precostituirsi certe reciproche «posizioni di forza» in una discussione diplomatica di tutte le nostre pendenze con la Jugoslavia (credo una ventina).
Tanto noi quanto i nostri vicini siamo convinti che è prezioso sistemare il più presto possibile la vertenza; nei discorsi di Tito e nelle note diplomatiche, la sincera volontà d'accordarsi di ambedue le parti appare evidente.
Potrebbe essere nociva, però, una discussione che durasse troppo a lungo, perché oggi, forse, il più importante «alleato di fatto» dell'Italia è la Jugoslavia, e, della Jugoslavia, l'Italia. Non possiamo, né noi né loro, prenderci il lusso di mettere in pericolo una situazione politica soltanto per migliorare una posizione diplomatica. Non occorre spendere parole per spiegare che, del cosiddetto «dopo Tito», 10 Stato estero più direttamente interessato è proprio l'Italia.
A poco servono le astratte polemiche scritte a proposito della sovranità sul territorio Libero di Trieste e sulle Zone A e B.
Ammettiamo pure che sia non fondata la tesi italiana sulla continuazione della sovranità, anche se formulata da un internazionalista di fama mondiale, come fu Tomaso Perassi (1).
Le altre tesi — almeno sette — valgono altrettanto. E poco importa che sia vera l'una o siano vere le altre perché il problema centrale è quello del memorandum e non quello della sovranità, anche se le diverse tesi portano a conseguenze giuridiche e pratiche differenti.
Se noi avevamo la sovranità, non è stato certamente il memorandum a confermarcela; se non l'avevamo, non è stato il memorandum giuridicamente capace di darla né a noi né agli jugoslavi.
Per l'Italia il memorandum è provvisorio, per la Jugoslavia è definitivo e purtroppo si sono verificate conseguenze anche spiacevoli per questa diversa interpretazione.
Non è possibile che l'equivoco continui dopo vent'anni; occorre discutere la situazione e rinunciare tacitamente, da ambo le parti, a precostituirsi, attraverso il discorso sulla sovranità, delle «posizioni di forza»; esse si potranno eventualmente riprendere, nel deprecabile caso d'un fallimento nella sistemazione del problema.
Il memorandum è un accordo superato che va ridiscusso, giungendo ad una intesa definitiva per ambedue gli Stati.
Circa il valore giuridico dello strumento, non è stato ricordato che il memorandum d'intesa di Londra non fu firmato da nessuno dei contraenti, ma soltanto siglato, perché non fosse contrario al trattato di pace; si temeva un drastico intervento russo.
Esso fu volutamente equivoco e impreciso nelle parole e nei particolari — contro il nostro espresso desiderio — per accontentare un po' tutti e per giungere rapidamente all'accordo voluto dagli anglo-americani; non ebbe nemmeno la ratifica da parte del Parlamento italiano.
Circa la nostra buona fede sulla provvisorietà, si potrebbero citare decine di dichiarazioni ufficiali che parlano della provvisorietà stessa. Ci si limita, però, a dire che la Jugoslavia era ad essa contrarissima e voleva si parlasse di passaggio di sovranità e non di amministrazione; che Tito, poi, cominciò a cedere e che si irrigidì, di nuovo, per un discorso pronunciato il 2 maggio 1954 da una personalità italiana, da lui negativamente interpretato; che, nell'ultima fase dei negoziati jugo - anglo americani, la provvisorietà fu il principale ostacolo, che essa fu soltanto tacitamente accettata da Tito con l'autorizzazione data a Velebit di siglare il testo, concordato con gli alleati, da sottoporre all'Italia (documento del 31 maggio 1954).
Ad ogni modo, per quel che ci riguarda, il 23 giugno 1954 il ministro degli Esteri Piccioni disse ufficialmente al Senato: «Noi consideriamo che, nella contingenza attuale, una sistemazione provvisoria sia l'unica possibile», e già il 12 giugno l'ambasciatore italiano a Londra aveva ricevuto l'ordine di comunicare ai governi alleati che: «... il governo italiano non potrebbe trattare una soluzione definitiva» ... né ... «riconoscere la validità di dichiarazioni dei governi alleati che implicassero comunque il carattere definitivo dell'accordo».
E si ricordi — per quanto riguarda gli jugoslavi — che, proprio nel giugno 1954, il giornale Borba di Belgrado scrisse un articolo favorevole alla provvisorietà e il 26 maggio 1954 un portavoce del ministero degli Esteri jugoslavo riconobbe che la provvisorietà era conveniente per ambedue i Paesi. Infine — per quanto riguarda gli alleati — il 3 settembre 1954 il rappresentante inglese a Roma affermava a! ministro degli Esteri Piccioni: «E' una soluzione provvisoria e Trieste ritorna all'Italia» e, nello stesso giorno, il rappresentante americano avvertiva che «con le nuove proposte del 15 maggio si è concordato che la sistemazione debba essere effettivamente considerata provvisoria». Che la sovranità sulla Zona B sia giuridicamente italiana o jugoslava o di nessuno — come sulla Zona A — non ha molto rilievo. 
E' importante, invece che si esca dall'equivoco del memorandum. 

Diego de Castro
La Stampa 28/05/1974 - numero 116, pagina 19.

(1) Tomaso Perassi non fu un "internazionalista": fu un giurista e politico italiano, componente della Costituente. Google Scholar riporta a suo riferimento 229 citazioni (poco più di quante non ne abbia Cammarata). Senza nulla togliere a Tomaso Perassi, non è che la sua tesi (qualunque fosse, visto che in rete non se ne trova traccia) sia permeta di tutta questa autorevolezza che de castro gli attribuisce...

martedì 8 ottobre 2013

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/02011

In questi giorni si fa molto parlare a proposito dell'interrogazione a risposta scritta, presentata dall'on. Aris Prodani, in merito allo status giuridico del Territorio di Trieste, ed alla relativa risposta prodotta dal Governo Italiano.
Chi plaude a questa come al "colpo di spugna" che stabilirebbe inequivocabilmente la sovranità Italiana su Trieste non solo sbaglia di grosso, ma legge evidentemente il documento con gli occhi foderati di prosciutti: la risposta italiana è puro "wishful thinking", non solo priva di coerenza e fondatezza, ma anche approssimativa e contraddittoria.

Cominciamo con il riportare il testo dell'interrogazione; successivamente, la risposta del governo e, infine, il commento...

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/02011

Dati di presentazione dell'atto
Legislatura: 17
Seduta di annuncio: 88 del 01/10/2013
Ex numero atto
Precedente numero assegnato: 5/01007
Firmatari
Primo firmatario: PRODANI ARIS
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 01/10/2013
Destinatari
Ministero destinatario:
  • PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
  • MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI
Attuale delegato a rispondere: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI delegato in data 01/10/2013
Stato iter: 
IN CORSO
Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-02011
presentato da
PRODANI Aris
testo di
Martedì 1 ottobre 2013, seduta n. 88
PRODANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:
il Movimento Trieste Libera-Gibanje Svobododni Trst-Free Trieste Movement, fondato nel 2011 rivendica per Trieste ed i comuni vicini lo status giuridico del Territorio libero di Trieste – Free Territory of Trieste – Svobodno Tržaško ozemlje (TLT-FTT-STO);
si tratta dell'ente di diritto internazionale istituito, riconosciuto e regolamentato quale Stato indipendente a sovranità popolare, membro di diritto dell'ONU e sotto sua garanzia, dal Trattato di pace di Parigi del 1947 tra le Potenze Alleate ed Associate e l'Italia, entrato in vigore il 15 settembre 1947;
il Trattato regolamenta anche, con le disposizioni dell'Allegato VIII, lo speciale regime del Porto Franco di Trieste;
l'ordinamento del TLT ha istituito un regime di Governo provvisorio (Alleg. VII) sino a compimento del regime di Governo permanente (Alleg. VI);
la funzione di Governo provvisorio del TLT è stata affidata, quale speciale mandato fiduciario internazionale, sino al 1954 ad un apposito Governo militare alleato, e convertita dal 1954 in amministrazione civile del Governo (non allo Stato) italiano con il memorandum d'intesa di Londra tra i Governi cedenti e subentranti nell'amministrazione;
a seguito del trattato bilaterale di Osimo del 1975 tra l'Italia e la Jugoslavia, la questione del Territorio libero di Trieste risulta tolta per il momento dall'ordine del giorno del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le quali hanno tuttavia confermato con lettere ufficiale nel 1983 che può esservi riammessa;
il Movimento Trieste libera contesta infedeltà gravemente dannosa ai diritti ed all'economia della popolazione locale nella conduzione del mandato amministrativo fiduciario internazionale da parte del Governo italiano, invocandone sanatorie interne ed internazionali. Le tesi del Movimento sono state formalizzate in un apposito «Atto urgente di reclamo e messa in mora» dd. 18 giugno 2013, notificato alle autorità italiane ed internazionali competenti;
negli ultimi mesi il MTL ha intensificato le proprie iniziative a favore della tesi della mancanza di sovranità dello Stato italiano sul TLT, incoraggiando gli abitanti alla disobbedienza civile;
il Movimento, infatti, ha invitato gli elettori triestini a non votare durante le elezioni politiche del febbraio scorso – suggerendo la sottoscrizione e il deposito presso i seggi di dichiarazioni di «non-voto» – come riportato da numerose testate giornalistiche nazionali (tra cui l’Huffington Post Italia, articolo del 23 febbraio 2013). La stessa sollecitazione è stata puntualmente suggerita a ridosso delle elezioni regionali dell'aprile 2013;
numerosi aderenti al MTL, inoltre, hanno intrapreso una campagna di disobbedienza fiscale, l'autorità del fisco italiano e della società di riscossione Equitalia;
l'Ufficio legale dell'Agenzia delle entrate non ha accolto i vari ricorsi sul difetto di giurisdizione, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e al risarcimento dei danni legati al ritardo del dovuto;
quest'orientamento è stato condiviso dal tribunale civile di Trieste che il 3 settembre 2013 ha respinto con un'ordinanza il reclamo di un esponente del Movimento, riconoscendo la piena giurisdizione di Equitalia nel pignoramento di un immobile. L'atto contiene un approfondimento sulla validità degli accordi internazionali contestati dal MTL, senza fugare però dubbi interpretativi;
nell'agosto del 2012 alcuni organi comunitari si sono interessati alle rivendicazioni sul territorio di Trieste avanzate dall'europarlamentare Mara Bizzotto (Lega Nord) e dal MTL. In particolare, la rappresentante leghista aveva presentato un'interrogazione sul porto libero di Trieste a cui ha risposto il commissario europeo per la fiscalità, il lituano Algirdas Semeta, dichiarando la validità dell'Allegato VIII del trattato di pace del 1947 che definisce il regime del porto libero di Trieste;
la direzione dell'Unione europea Giustizia, sollecitata dal Movimento a intervenire di fronte alle presunte violazioni dei diritti dei cittadini del TLT commesse dall'autorità giudiziaria italiana, che agirebbe fuori dalla propria giurisdizione, ha precisato che la Commissione europea non ha titolo per intervenire essendo lo status giuridico di Trieste al di fuori del campo di applicazione del diritto dell'unione;
l'11 settembre 2013, durante l'udienza del tribunale di Trieste dedicata all'obiezione fiscale di Roberto Giurastante leader del MTL, l'avvocato dello Stato Marco Meloni ha depositato una comparsa di risposta in nome e per conto del Ministero della giustizia. Il documento, dopo aver affermato che il TLT non solo non esiste «e non è mai esistito», ha toccato l'aspetto del logo dell'Onu che appare vicino alla dicitura del Movimento. In particolare, si legge: «L'utilizzo, da parte di un realtà associativa locale, della bandiera e dei simboli dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, certamente non autorizzato e abusivo, non trova conforto e sostegno alcuno nelle sole sedi competenti, che hanno peraltro preso sin da pressoché subito atto da un lato dell'impraticabilità della previsione del Territorio libero»;
Meloni ha osservato che «il popolo di Trieste pur essendo stato privato della possibilità di esprimersi nell'Assemblea costituente eletta nel 1946 si è pronunciato da molto prima della nascita»;
ad oggi le istituzioni nazionali non sono intervenute in modo organico e univoco sulla questione, mentre una ricostruzione della normativa internazionale è stata fatta solo dal Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Friuli Venezia Giulia con la sentenza n. 76/2013, nell'ambito di un ricorso sulla concessione di alcune aree demaniali che fanno parte dell'area di porto vecchio di Trieste, assoggettato al regime giuridico di porto franco;
un tentativo di «istituzionalizzare» questa vicenda è stato condotto dal consigliere comunale di Trieste Paolo Rovis (Pdl) che, tramite un ordine del giorno, intendeva impegnare l'aula a convocare una seduta dedicata al TLT invitando «gli esperti giuridici e i rappresentanti istituzionali che si riterranno utili per una migliore analisi della questione». L'ordine del giorno, però, è stato dichiarato irricevibile dopo una votazione in cui, dei 27 consiglieri presenti, solo tre hanno sostenuto l'atto d'indirizzo politico – Rovis stesso e i due consiglieri del Movimento 5 Stelle Paolo Menis e Stefano Patuanelli – giudicato estraneo alla delibera sul bilancio cui si riferiva –:
se il Governo intenda chiarire gli aspetti del diritto internazionale che riguardano il territorio libero di Trieste – rivolgendosi al consiglio di sicurezza dell'ONU – in modo da fugare i dubbi di sovranità esistenti, colmando il vuoto con una auspicabile risposta delle istituzioni ed evitando l'aggravarsi delle tensioni sociali e politiche legate alla vicenda.
(4-02011)

mercoledì 4 settembre 2013

la "tesi Udina" e la "tesi Cammarata"


In questi giorni sempre più concitati (e confusi) si fanno i richiami e le rivendicazioni di una presunta sovranità italiana su Trieste: fonti istituzionali, giornalistiche, politiche, ma anche il variegato mondo di blogger ed assidui frequentatori dei social network si sentono in dovere di avanzare le proprie (quasi sempre strampalate) tesi a questo proposito.

Cominciamo con il fare un po' di chiarezza?

Anche se spesso chi fa queste rivendicazioni non lo sa, le tesi sulla presunta sovranità dell'Italia su Trieste sono solo due. Possono poi, di volta in volta, esser condite, cucinate e confuse in maniera differente, ma due sono e due restano. Altre, nessuno ne ha mai avanzato, e qualsiasi altra tesi sentita in queste ultime settimane può esser ricondotta sempre e comunque ad una delle due.
Queste tesi sono dette, rispettivamente "tesi Udina" e "tesi Cammarata", dai nomi dei due accademici che, in tempi ormai non recenti, le formularono.
Il contenuto e la storia di queste tesi è ben esposto sul sito della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Trieste, e quindi lo ripropongo pari pari:

Dopo il breve, drammatico periodo dell'occupazione jugoslava, dal 12 giugno del 1945 Trieste è amministrata dalle autorità militari anglo-americane di occupazione. A seguito del Trattato di pace con l'Italia, firmato il 16 settembre 1947, tale occupazione si prolungava a titolo di regime provvisorio in vista della costituzione dell'ordinamento del Territorio Libero di Trieste come entità territoriale autonoma. Nonostante il regime di occupazione, i docenti dell'Università eleggevano, nel luglio del 1945, il prof. Salvatore Satta, ordinario di Diritto processuale civile, a Commissario per l'Università, riconosciuto quindi dalle autorità militari con il titolo di pro-rettore. Quindi, in applicazione della nuova legge italiana nel frattempo intervenuta, veniva eletto Rettore dal Corpo accademico, a partire dal 1° novembre 1946, Angelo Ermanno Cammarata, ordinario di Filosofia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza, destinato a rimanere in carica sino al 31 ottobre 1952. La linea coerentemente filoitaliana seguita dal rettore Cammarata, che si manifestava esteriormente con la esposizione del solo vessillo nazionale sugli edifici universitari, a esclusione di quello del Territorio Libero e delle Potenze occupanti, e l'affermazione costante dell'autonomia accademica, non mancarono di porlo in conflitto con le autorità di occupazione che, il 22 aprile 1947, ne disposero la revoca. L'Università venne allora presidiata dagli studenti e un tentativo di ingresso con la forza ad opera della polizia locale venne abbandonato di fronte al fermo invito del Rettore e di un groppo di docenti a ritirarsi. Le intransigenti prese di posizione del Corpo accademico contro la illegalità del provvedimento e la protesta dell'opinione pubblica cittadina e nazionale, nonché della stessa Assemblea costituente italiana, indussero infine, il 2 novembre 1947, le autorità di occupazione, a capo delle quali era nel frattempo stato posto un nuovo Comandante di Zona, a ritirare il provvedimento. Il Rettore Cammarata proseguì con coraggio nella sua azione a favore del ricongiungimento della città all'Italia: nella relazione sull'a.a. 1948-49, pronunciata il 4 dicembre 1949, avanzava per la prima volta la ben nota tesi della sopravvivenza della sovranità italiana nel territorio di Trieste, non essendosi in fatto prodotta la condizione del suo cessare, cioè la formazione del Territorio Libero di Trieste. Diversa tesi veniva nello stesso torno di tempo sviluppata da Manlio Udina, che reputava cessata la sovranità italiana per effetto del Trattato di pace, con la conseguente destinazione del territorio triestino, da considerarsi assoggettato a un regime di occupazione militare, senza essere nel frattempo soggetto a una sovranità statale, al costituendo nuovo ente o, nella ipotesi di riconosciuta impossibilità di detta soluzione, dovendosi attendere la disposizione di nuove norme a modifica del Trattato di pace. Gli eventi successivi, portando alla divisione tra amministrazione italiana e jugoslava del territorio triestino con il Memorandum di Londra del 1954, in fatto definitiva e riferentesi alla costituzione di piena sovranità territoriale come poi confermato dal Trattato di Osimo del 1975, testimoniano del maggior realismo della tesi di Udina, il che nulla toglie al valore politico oltreché ideale della tesi di Cammarata nelle circostanze in cui fu enunciata.

Quindi, riassumendo:

Secondo la "tesi Cammarata", la sovranità italiana  su Trieste era sopravvissuta al trattato di pace perché non si erano concretizzate le condizioni per la sua fine.

Secondo la "tesi Udina" invece, la sovranità era cessata in forza del trattato di pace, ed è stata ricostituita dal Memorandum di Londra del 1954 e dal successivo Trattato di Osimo del 1975.


Alcune considerazioni sparse:

  • le due tesi sono ovviamente in contraddizione e negazione una all'altra: o è vera la prima, o è vera la seconda. Sono assolutamente inconciliabili tra di loro, e sposarne una significa negare l'altra.
  • la "tesi Cammarata" non ha un significativo valore accademico: non è il frutto di discettazioni accademiche, di riferimenti e precedenti giuridici internazionali, di analisi lucide, approfondite e ponderate: come è scritto anche sul sito della Facoltà di Giurisprudenza, è una tesi che ha valore politico ed ideale, ma la "tesi Udina" è più realistica (che è un modo elegante di affermare che la tesi Cammarata è irrealistica)
  • la "tesi Cammarata" quindi è figlia del tempo e nasce più come strumento della lotta politica condotta dal suo autore, che non come lucida opera accademica.
Vale la pena confutare la "tesi Cammarata", visto che gli stessi ambienti accademici la definiscono irrealistica, politica e di puro valore ideale?
Non credo...
Comunque, se vogliamo dare un "peso" empirico al valore accademico del suo autore, sfruttiamo Google Scholar e vediamo quale sia stata l'impronta che ha lasciato nel mondo accademico:  e scopriamo che per Cammarata esistono circa 90 citazioni accademiche...
Quindi, tutto sommato, un peso accademico molto modesto (tanto da non avere neppure uno straccio di paginetta su Wikipedia).
Il suo avversario, Manlio Udina, come è messo?
Decisamente meglio, visto che Google Scholar ci restituisce ben 1350 risultati (ciononostante, neppure lui si è meritato una paginetta su Wikipedia).

Quindi, qualcuno potrebbe oggi prendere ancora seriamente in considerazione la "tesi Cammarata"?
Evidentemente no... è stata smentita dalle successive pubblicazioni accademiche, il suo autore (al di fuori di Trieste) è accademicamente praticamente sconosciuto, è ovvio che fu espressa come arma di lotta politica... direi che possiamo accantonarla senza remore.
Ciononostante, sono in molti che continuano a propugnarla (recentemente, anche un noto avvocato triestino ha rilasciato un'intervista, esprimendo la "tesi Cammarata" pur senza citarne l'autore...)

 Quindi, se qualcuno vi dice che:

  • Trieste è Italia perché non è mai stato nominato il governatore
  • Trieste è Italia perché l'Italia non ha mai perso la sovranità su Trieste
  • Trieste è Italia perché il Territorio Libero di Trieste non è mai esistito
in realtà esprime, con formule differenti, sempre e solo la "tesi Cammarata", contestualizzandola e giustificandola in maniera variamente confusa.
Quindi, se qualcuno vi esprime un concetto tra quelli sopra riportati (o simile), potete fare bella figura rispondendogli: "Ah, ma si tratta della vecchia ed ormai abbandonata tesi Cammarata, che i successivi studi dell'Udina hanno definitivamente smentito!"
(Se poi volete convincerlo, dategli il link di questo post e che si documenti da solo)

E la tesi Udina?

Beh, un passo alla volta... quella la demoliamo nella prossima puntata.

venerdì 30 agosto 2013

legulei patriottardi


In questi giorni, complice anche un po' di deteriore propaganda del maggiore (nonché unico...) quotidiano locale, sta imperversando in internet e sui vari social network un nuovo personaggio, destinato ad arricchire la colorata e variegata schiera delle tipiche macchiette triestine: il leguleio patriottardo.

Il leguleio patriottardo, dopo due anni che gli altri triestini si sono svegliati ed hanno cominciato a reclamare - civilmente, ma a gran voce - i loro diritti, si è improvvisamente svegliato anche lui.
Si è reso conto che sono in tanti che, forti di leggi e trattati internazionali, stanno minando alle fondamenta quelle che per lui erano granitiche certezze.
E si sente in dovere di correre ai ripari, affannandosi (ovviamente, senza riuscirci...) a confutare le asserzioni su cui è basata la sacrosanta rivendicazione del Territorio Libero di Trieste.

Visto che è dispersivo correr dietro a questi personaggi, e che Twitter e Facebook non si prestano a confronti sereni ed analitici, riassumo qui il nocciolo della questione: se i legulei patriottardi hanno piacere di argomentare civilmente qui, verranno confutati altrettanto civilmente. Se vogliono gridare slogan, verranno ridicolizzati. Se insistono, verranno bannati.
Chiare le regole?
Andiamo avanti:

Il trattato di pace del 1947 che, nel bene e nel male, ha chiuso per l'Italia la seconda guerra mondiale, è stato ratificato dall'Italia con Legge 3054/52. Il che significa che il trattato in ogni sua singola riga, parola e virgola ha il valore di legge. Quindi, può esser modificato e corretto solo ed esclusivamente con un'altra legge: qualsiasi altro meccanismo, di qualsiasi altro tipo, non è possibile, non è ammesso, non è nemmeno concepibile. Una legge si cambia solo con un'altra legge: è un concetto chiaro ed abbastanza evidente, no?

Bene, nell'art. 21 del trattato di pace c'è un passaggio per noi importante:

È costituito in forza del presente Trattato il Territorio Libero di Trieste […] Il Territorio Libero di Trieste è riconosciuto dalle Potenze Alleate ed Associate e dall'Italia, le quali convengono, che la sua integrità e indipendenza saranno assicurate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. [...] La sovranità italiana sulla zona costituente il Territorio Libero di Trieste [..] cesserà con l'entrata in vigore del presente Trattato”

Quindi, c'è una legge dello stato che recita che, nel settembre 1947 (ovvero quando è entrato in vigore il trattato di pace) l'Italia ha perso la sovranità sul Territorio Libero di Trieste.

Vi risparmio tutti i successivi trascorsi ed avvenimenti storici, gli sgambetti diplomatici, i giochi di spie e controspie: il concetto fondamentale è che, anche per la legge italiana, l'Italia ha perso la sovranità sul Territorio Libero di Trieste il 15 settembre 1947. OK? Ci siamo? Fino a qui, nulla da obiettare?
Bene. Rinunciamo alla disamina dei successivi avvenimenti storici: sono fatti ancora troppo vicini nel tempo per poterli valutare con serenità ed obiettività. Nessuno di tali fatti ha portato alla fine di diritto del Territorio Libero di Trieste che, sulla carta, è ancora ben vivo e vegeto.
Non solo, ma se anche vi fosse stata una qualche sequenza di eventi che avesse portato ad una fine di fatto del Territorio Libero di Trieste, e questo fosse tornato in un qualche momento sotto sovranità italiana... ebbene, sarebbe stata necessaria (anzi, indispensabile!) una legge che andasse a correggere la legge 3054/52, non solo ristabilendo la sovranità dell'Italia su Trieste, ma anche regolamentando tutti quei complessi aspetti che riguardano gli indispensabili "passaggi di consegne" quando un stato subentra ad un altro...

Ebbene, esiste una legge del genere? No, non esiste nessuna legge italiana successiva alla 3054/52 che ristabilisca la sovranità italiana sul Territorio Libero di Trieste.

Dite che invece esiste, che deve esistere, che non può non esistere?
Bene, vi segnalo questo sito: www.normattiva.it
Ci sono TUTTE le le leggi italiane (un lavoro immane...). Spulciatele, aiutatevi con il motore di ricerca (funziona discretamente) e, se la trovate, segnalatemela (link, please!)
Io personalmente non sono riuscito a trovarla (anche se sono invece riuscito a trovarne tante che invece ribadiscono a vario titolo, o almeno lasciano trapelare, l'esistenza e sopravvivenza del Territorio Libero di Trieste). Forse voi avrete più fortuna...

Nota: non dovete cercare interpretazioni storico-politico-giuridiche, complicati combinati-disposti di 17 leggi differenti emesse nell'arco di trent'anni, reinterpretazioni di circolari ministeriali alla luce di sentenze di Cassazione: dovete proprio cercare una LEGGE, chiara ed evidente, tra quelle emesse dalla sinistrata Repubblica Italiana, che sancisca in maniera chiara ed inequivocabile la sovranità italiana sul TLT.

Odio gli sprechi, particolarmente quelli di tempo. Il tempo è prezioso, anche se si tratta del tempo dei legulei patriottardi. Quindi, vi dò una mano.
Del problema, nel corso degli ultimi due anni, sono stati investiti fior di magistrati, che si sono trovati ad affrontare una rogna non da poco: svariati cittadini che, in cause sia civili che penali, ne disconoscevano l'autorità basandosi appunto sul semplice assunto che l'Italia non ha sovranità su Trieste, e che quindi loro stavano esercitando il loro ruolo di magistrati senza nessuna valida legittimazione.
Ebbene, pensate che in questi due anni qualche magistrato sia riuscito a confutare questa contestazione? Ebbene, no, al momento non ci sono riusciti. Hanno solo tergiversato, rimandando la questione oppure scaricandola sulle spalle di qualcun altro.

Se l'Italia vuole la sovranità su Trieste, non ha che una cosa da fare: proclamare una legge che ne sancisca la sovranità sul Territorio Libero di Trieste. Semplice, no?
Quindi, se volete agire per preservare la sacra ed inviolabile italianità di Trieste, non dovete organizzare patetici cortei, strani gruppi segreti su Facebook, o emettere roboanti proclami: se volete fare qualcosa di utile per la vostra causa potreste semplicemente ad esempio promuovere una legge di iniziativa popolare che sancisca il definitivo e fatidico ritorno di Trieste all'Italia. Buon lavoro.

Ah, dimenticavo: il lavoro sarà inutile perché, anche se doveste riuscire a raccogliere le 50.000 firme necessarie (e personalmente ne dubito), una legge del genere NON PUO' ESISTERE, nel senso che l'Italia NON PUO' PERMETTERSI DI PROMULGARLA senza incorrere in tali e tanti problemi internazionali, da non sapere come gestirli...
Perché? Ah no, adesso volete troppo. Se volete, correte a raccogliere firme, oppure mettetevi a studiare SERIAMENTE la questione... non pretenderete che vi dia io sempre la pappa pronta?
  


mercoledì 21 agosto 2013

Trieste - la libertà cancellata


Questa è una carta d'identità, rilasciata dal Comune di Trieste il 13 dicembre 1955.
Il Governo Italiano era subentrato al G.M.A. nel suo ruolo di amministratore fiduciario da oltre un anno.

Non è dato di sapere se quella grossolana cancellatura che tramuta il "Territorio Libero di Trieste" in un anodino "Territorio di Trieste" è stata fatta per iniziativa di un qualche oscuro funzionario comunale "più realista del re", oppure per "disposizioni dall'alto"...
Sarebbe fin troppo facile ironizzare sulla disorganizzazione della nuova amministrazione che, a distanza di un anno, non era riuscita nemmeno a predisporre nuovi moduli per le carte d'identità: un piccolo anticipo di quello che ci aspettava per i 60 anni successivi, in tema di disorganizzazione amministrativa e politica?
Sarebbe facile ironizzare, ma sarebbe sbagliato.
Perché in realtà quella approssimativa cancellatura ad inchiostro, oltre la quale il "Libero" si riesce ancora nonostante tutto ad intravedere, ha il valore di un simbolo.
Forse, con una goccia di scolorina sarebbe facile cancellare quella rozza pecetta, e riportare completamente in luce la scritta "Libero": ma non serve, sarebbe inutile. Anzi, non bisogna farlo: che quel "Libero", cancellato ma - nonostante tutto - ancora perfettamente leggibile, ci serva da monito.

L'Italia è venuta a Trieste, e la sua prima preoccupazione è stata quella di cancellarne la libertà.
Perché la libertà, in Italia, va bene quando resta solo una parola, buona al più a riempire la bocca ed infarcire discorsi a sproposito... ma guai a volerla esercitare, la libertà; è sconveniente, non è previsto, l'italiano non è abituato alla libertà.
Per sessant'anni quindi l'Italia ha cercare di cancellare la nostra libertà con un rozzo ma poco efficace tratto di inchiostro... e di soffocarla sotto altro inchiostro di cavillose leggi, oscure circolari ministeriali, improbabili trattati.
Ma nonostante tutto non è riuscita a cancellarla; la nostra libertà è ancora lì, appena appena velata dietro all'inchiostro, basta che ci sforziamo un attimo per percepirla e farla nostra.

giovedì 18 luglio 2013

"rebus sic stantibus"... UN PER DE BALLE!

Scusate la franchezza, ma quando ci vuole ci vuole!

Allora, vari dilettanti allo sbaraglio (che, contingentemente, rivestono anche ruoli accademici o addirittura istituzionali; ma, cionondimeno, restano dilettanti allo sbaraglio) invocano questa fantomatica clausola del "rebus sic stantibus" per giustificare, di volta in volta ed a seconda delle circostanze e della convenienza, la decadenza del Trattato di Pace e/o del Memorandum di Londra e/o di qualsiasi altro aspetto che riguarda la legittima esistenza del Territorio Libero di Trieste.

Cos'è questa clausola del "rebus sic stantibus"?
In generale "rebus sic stantibus" (che in latino significa "stando così le cose") specifica che le parti di un trattato internazionale hanno concluso lo stesso tenendo in considerazione la situazione di fatto esistente in quel momento, sicché fatti successivamente sopravvenuti, straordinari ed imprevedibili, che modificano l'equilibrio dell'accordo a svantaggio di una parte, autorizzano questa a chiederne la modificazione o la risoluzione.

Bene, meriterà citare per intero l'art. 62 della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati, che è quella che regolamenta appunto il "rebus sic stantibus":
62.  Mutamento fondamentale delle circostanze.
1. Un fondamentale mutamento delle circostanze che si sia prodotto in relazione a quelle che esistevano al momento della conclusione di un trattato e che non era stato previsto dalle parti, non può essere invocato come motivo per porre termine al trattato o per ritirarsi da esso, a meno che:
a) l'esistenza di tali circostanze non abbia costituito una base essenziale per il consenso delle parti ad essere vincolate dal trattato; e che
b) tale cambiamento non abbia l'effetto di trasformare radicalmente il peso degli obblighi che restano da eseguire in base al trattato.
2. Un fondamentale mutamento delle circostanze non può essere invocato come motivo per porre termine ad un trattato o per ritirarsi da questo:
a) quando si tratti di un trattato che fissa una frontiera; o
b) quando il fondamentale mutamento derivi da una violazione, da parte della parte che la invoca, o di un obbligo del trattato o di qualsiasi altro obbligo internazionale nei confronti di qualunque altro Stato che sia parte del trattato.

3. Se una parte può, in base ai paragrafi precedenti, invocare un fondamentale mutamento delle circostanze quale motivo per porre termine ad un trattato o per ritirarsi da questo, essa può anche invocarla soltanto per sospendere l'applicazione del trattato.

 Quindi, ci sono MOLTISSIMI motivi per cui, in base a questo articolo, il "rebus sic stantibus" non è applicabile.

In ordine di importanza (anche se il meno importante sarebbe comunque da solo più che sufficiente):

  • I trattati di cui si chiede l'annullamento/decadenza fissano frontiere (tra Italia, Jugoslavia e Territorio Libero di Trieste); quindi, il "rebus sic stantibus" non è applicabile in base al c. 2, punto a
  • l'esistenza delle circostanze che hanno portato alla nascita del territorio Libero di Trieste con il Trattato di Parigi erano base essenziale per il consenso delle parti (basti pensare a quanto sono durate e quanto sono state accese le trattative a questo proposito); quindi,  il "rebus sic stantibus" non è applicabile in base al c. 1, punto a
  • il cambiamento invocato  ha l'effetto di trasformare radicalmente il peso degli obblighi dell'Italia che restano da eseguire in base al trattato; quindi,  il "rebus sic stantibus" non è applicabile in base al c. 1, punto b
E ne aggiungo uno, che forse è opinabile, ma che se dimostrato si aggiungerebbe agli altri:

L'Italia ha interferito fino al 1954 nell'amministrazione del TLT, impedendone di fatto lo sviluppo istituzionale; dopo il 1954, quando il governo italiano ne ha acquisito l'amministrazione fiduciaria,la ha gestita in maniera impropria, e bloccando completamente il processo di sviluppo istituzionale del TLT. Quindi, il "fondamentale mutamento" invocato deriva non da una, ma da multiple violazioni dell'Italia ai propri obblighi.
Quindi,  il "rebus sic stantibus" non è applicabile in base al c. 2, punto b

Riassumendo: quattro motivi di inapplicabilità del "rebus sic stantibus" sono previsti, e l'Italia è riuscita a collezionarli tutti e quattro. Un record che dovrebbe venir citato nei testi di diritto internazionale.

Visto che a questi dilettanti allo sbaraglio piace il latinorum (tanto da usare la locuzione "rebus sic stantibus" anche se questa non è neppure citata nella Convenzione di Vienna), allora gli obietterò usando anch'io il latinorum, ma con una locuzione esplicitamente prevista dal Trattato di Vienna: 


Convenzione di Vienna, art. 26
PACTA SUNT SERVANDA
Ogni trattato in vigore vincola le parti e queste devono eseguirlo in buona fede.





lunedì 8 luglio 2013

Trieste deadline

Già in passato ho affermato che gran parte del presunto "entusiasmo" dei triestini per la "redenzione" con la madrepatria Italia nel 1954 è frutto di sapienti sceneggiate, e che le folle che riempirono Piazza Grande (da allora: Piazza Unità d'italia) e le rive NON erano triestini.
Peraltro, a chiedere tra i vecchi triestini, sono pochissimi quelli che ammettono di esser usciti a festeggiare: la maggioranza brontolano un sommesso "Semo restadi a casa, coi scuri serai, maledetta barca!"... o simili.
Ebbene, rivolgendosi alla stampa estera dell'epoca (non certo quella italiana!), oggi facilmente consultabile grazie ad internet, si scoprono cose interessantissime... come questo articolo, pubblicato su The Argus, a Melbourne, il 28 ottobre 1954, all'indomani della presunte "redenzione":

Trieste deadline
Trieste, Tuesday
Italian troops and civilians poured into the old Anglo-American zone of Trieste during the night for today's ceremonies formally handing over the Adratic "storm centre" to the Italians.
The first of 5,000 Italian troops began moving at one minute past midnight, and all night a tangle of thousands of beflagged cars choked roads leading into the city.
Excited drivers and passengers, waving red, white, and green Italian flags, tricllor scarves, and military caps, ran out on dark roadways.
Three hundred thousand people have flocked into the zone, doubling the population.
-A.A.P.
traduzione:

la fine di TriesteTrieste, MartedìMilitari e civili italiani si sono riversati durante la notte nella vecchia zona anglo-americana di Trieste per le odierne cerimonie di formale consegna del burrascoso capoluogo Adriatico agli italiani.I primi 5.000 militari italiani hanno cominciato a muoversi un minuto dopo la mezzanotte, e per tutta la notte un groviglio di migliaia di automobili imbandierate ha intasato le strade che portano in città.Conducenti e passeggeri eccitati, agitando le bandiere italiane bianche, rosse e verdi, sciarpe tricolori e berretti militari, correvano sulle strade buie.Trecentomila persone si sono riversate nella zona, raddoppiando la popolazione.
Capito?
Forse faccio meglio a ripeterlo:

Trecentomila persone si sono riversate nella zona, raddoppiando la popolazione.

Si, confermo: la gran parte dei triestini se ne era restata rintanata in casa (magari a preparare le valige, visto che casualmente nei mesi successivi si ebbe una delle più massicce ondate emigratorie da Trieste). A fare casino in piazza Grande c'erano militari italiani e civili italiani, giunti (o fatti giungere?) da Friuli e Veneto.
E per scoprirlo dobbiamo andare a leggere un quotidiano australiano. Ovvio, no?

mercoledì 26 giugno 2013

l'entusiasmo dei triestini per il ritorno dell'Italia

Avete presente le foto che documenterebbero l'entusiasmo dei triestini per il ritorno dell'Italia nel 1954?
Folle oceaniche di gente in festa per accogliere i bersaglieri...

Eppure, tra i vecchi triestini, è dura trovarne uno che ammetta di esser sceso in piazza a festeggiare... tutti con n "mi son restado a casa, coi scuri seradi. No iera niente de festeggiar..."
E leggende metropolitane, che raccontano di treni speciali fatti arrivare dal veneto, carichi di gente a cui era stata in qualche maniera offerta la "gita" a Trieste...

Ma come è possibile? I triestini DOVEVANO essere entusiasti per la redenzione alla madrepatria...

Ebbene, le bugie hanno le gambe corte.
Da poco tempo (2011) il Poligrafico dello Stato ha dato alle stampe un poderoso volume, "I DOCUMENTI
DIPLOMATICI ITALIANI- UNDICESIMA SERIE: 1948-1953 - VOLUME V (1° novembre 1950 – 25 luglio 1951)"
Si tratta di corrispondenza diplomatica, in cui si sprecano i "riservato", "segretissimo" e simili; ma ormai sono passati 60 anni, e sono stati da poco desecretati.
E' disponibile gratuitamente, lo potete scaricare dal link sopra riportato.
Interessantissimo: in 855 pagine, la parola Trieste compare 344 volte: quindi, Trieste all'epoca era uno proprio dei leit-motiv della diplomazia nazionale...
E così troviamo in mezzo delle perle eccezionali:
Ad esempio, il 13 gennaio 1951 il rappresentante a Trieste, Carrobbio, scrive al capo del (famigerato) "Ufficio per le zone di confine della presidenza del consiglio":
 ...in occasione delle manifestazioni del 3 e 4 novembre, che erano state preparate in modo tale da conferire loro un tono di particolare solennità, è stata notata la mancanza quasi assoluta di entusiasmo da parte dei triestini
Altre perle seguiranno nei prossimi giorni (forse, dal loro punto di vista, avrebbero fatto meglio a mantenere questi documenti segreti ancora per una ventina d'anni...)
Aspettiamo che siano disponibili anche quelli del 1954: penso che lì ne troveremo proprio delle belle...

mercoledì 5 giugno 2013

parola di triestino


Il Corriere di Trieste, domenica 11 maggio 1952.
"La requisitoria di un triestino italiano contro i falsi difensori dell'italianità"
(di Fabio Cusin, trasposizione del suo discorso in vista delle elezioni del '52 come candidato del Blocco Triestino, partito pro TLT):

"Qui vi parla un triestino di nazionalità, di lingua, di cultura italiana. Vi parla da un microfono che gli è stato finora gelosamente vietato, come è normalmente vietato a tutti coloro che non appartengono ad una certa chiesa, anzi ad una certa consorteria. Vietato a coloro che pensano con la propria testa, agiscono secondo la loro coscienza, e sentono la Patria, ma anche la propria dignità di uomini, per cui non intendono prostituire i propri sentimenti a questo o a quel dogma, a questo o a quell'accorgimento politico. Un triestino come tanti che hanno sofferto per anni e continuano a soffrire di un'oppressione faziosa, per cui si sono chiesti il perché di questa oppressione tanto più amara in quanto viene da gente della propria lingua e della propria nazione.
Un triestino come tanti, che può vantare più di 200 anni di partecipazione della propria famiglia all'incremento della vita economica della Trieste moderna, nonché a quell'entità di valori morali e di capacità politiche che fu nel secolo scorso il "liberalismo europeo", di quell'audacia rinnovativa e disinteressata che fu allora nella nostra città il pensare ed il sentire nazionali. Compiacenza non vana nel ricordare questi precedenti! Noi stessi siamo essenzialmente un prodotto del nostro ambiente e chi ama la storia acquista più profonda coscienza di esso.
Per questa acquistata coscienza, chi vi parla non intende il termine indipendentismo come quello di un partito politico o di un sentimento sorto in odio all'una o all'altra parte nazionale, ma quale naturale prodotto di una speciale ambientazione
storica. Perché sappiamo che cosa significa questa nostra piccola grande città sul suo golfo, nell'estremo seno dell'Adriatico. Quale forza di attrazione essa fu della vita centro-europea. Quale punto di contatto di civiltà e di umane comprensioni!
Vorrei potervi leggere le pagine in cui il nostro grandissimo Domenico Rossetti depreca l'invasione e la conquista napoleonica, causa di squilibrio e di decadenza della funzione pacificatrice di questo centro cosmopolita. Vorrei potervi descrivere, a dispetto dei tanti, che questa storia hanno falsato, come e perché rimanemmo italiani; perché la lingua italiana dei nostri padri divenne lingua d'incontro e di intelligenza tra vari popoli; fu più che lingua nazionale perché ebbe una funzione internazionale. Per noi che dobbiamo difendere il buon nome d'Italia qui sui confini di tre popoli, di fronte agli stranieri che ci guardano sogghignando, ripetiamo ancora una volta: il fascismo non è l'Italia. Per noi italiani figli di italiani, l'Italia è un'altra cosa. Per noi che abbiamo avuto un'educazione religiosa dalla bocca di sacerdoti che non mescolavano quotidianamente interessi terreni con quelli divini, anche la religione è un'altra cosa. Le cifre hanno dimostrato la vanità dei discorsi che affermano non poter Trieste viver sola. Trieste deve vivere non da sola, ma con tutti, perché impedisca che la sua attività, la sua voglia di lavorare, sia bloccata da interessi che non sono i suoi.
Certo Trieste non potrà vivere se le sue ferrovie sono artificialmente rese infunzionabili, se il suo porto viene artificialmente enucleato, se non vi si devono più costruire navi o le navi del mondo non vi vengano più ad approdare. E' ciò che hanno fatto e che stanno facendo gli attuali dirigenti i quali ora chiedono l'eliminazione anche della provvisoria amministrazione anglo-americana, che ha salvato per questi anni a Trieste una prosperità, la quale scomparirebbe domani di colpo. Per questo fine hanno ancora il coraggio di chiedervi un voto ("intende i partiti italiani") che sanzioni la distruzione della nostra città. Quindi l'atteggiamento che prende il nome di indipendentismo è molto di più che una reazione politica: è quasi uno stimolo biologico di chi difende la propria esistenza."

giovedì 30 maggio 2013

La questione Trieste

La stampa locale e nazionale è stranamente riottosa nel trattare la questione di Trieste e del Territorio Libero di Trieste... quindi, vedere finalmente un articolo che dice le cose come stanno è un avvenimento che va non solo segnalato, ma quasi celebrato!

Su "Notizie Radicali" è comparso l'articolo "La questione Trieste", a firma di Walter Mendizza.

Articolo chiaro, lucido, che non le manda a dire ai responsabili, ed anche un po' encomiabilmente "politicamente scorretto" (soprattutto in considerazione del fatto che, con la correttezza, fino ad oggi non si è concluso nulla...)
Avrei voluto scrivere io una sintesi così efficace della storia triestina dell'ultimo secolo, un'esposizione così lucida ed analitica dei grandi mali che ingiustamente ci affliggono...

Articolo condivisibilissimo, e del quale bisogna godersi la lettura come un vino aspro del Carso.

La crisi inarrestabile causata dal malgoverno italiano ha distrutto l’economia di un territorio avuto in amministrazione provvisoria con il Memorandum di Londra del 1954 e che a poco a poco si è trasformata in un incubo per i cittadini amministrati. Una terra dalle potenzialità di sviluppo enormi in virtù dei suoi punti franchi (unici in Europa) e del suo Porto Internazionale, ridotta alla miseria, almeno fino a quando rimarrà sotto controllo dello Stato Italiano. (continua a leggere)